L’osteopatia è una disciplina che va ben oltre la semplice manipolazione fisica, ma tiene conto del corpo nella sua totalità, comprendendo non solo la struttura anatomica, ma anche le emozioni, i comportamenti e il linguaggio non verbale. Ogni postura, ogni gesto e ogni movimento raccontano qualcosa di noi, rivelando segnali spesso inconsapevoli che possono offrire preziose indicazioni sul nostro stato di salute e benessere.
In questa intervista, il Prof. Francesco Manti, Osteopata e direttore dell’I.R.C.O. – Istituto di Ricerca Clinica Osteopatica– presente nel Lazio, Calabria e Sicilia; Docente e Presidente dell’Accademia di Medicina Osteopatica “Alessandro IV” e Presidente dell’Associazione Nazionale Professionisti Osteopati.
Il Prof. Manti ci ha guidato alla scoperta dell’importanza dell’osservazione del paziente sotto il profilo della comunicazione non verbale e della connessione tra postura, emozioni e salute. Attraverso la sua esperienza e il suo approfondito percorso di studi, ci spiegherà come l’osteopatia non si limiti al trattamento fisico, ma coinvolga anche una dimensione somato-emozionale, rendendo il corpo uno straordinario archivio della nostra storia personale.
L’intervista al Prof. Francesco Manti
Prof. Manti, è vero che una delle peculiarità del trattamento osteopatico è l’osservazione del paziente nella comunicazione non verbale. Cosa ci può dire?
I gesti e gli atteggiamenti fanno parte del linguaggio non verbale del corpo: una parte dell’inconscio si esprime attraverso i gesti che non sempre controlliamo e che sono espressione delle nostre rimozioni. Possiamo osservare noi stessi attraverso le posture del corpo, gli atteggiamenti, i gesti e le reazioni che adottiamo a seconda delle diverse sollecitazioni offerte dalla vita. Molte persone camminano velocemente con il petto proteso in avanti, da entrata o uscita trionfale.
Alcuni individui camminano lentamente, con passo esitante, quasi come se non sapessero bene dove dirigersi; altri non camminano e aspettano, restano immobili, osservano. Vi sono poi persone che camminano rasenti ai muri: non osano occupare la parte centrale del marciapiedi; hanno paura, provano insicurezza. Capita spesso di incontrare bambini che pestano i piedi, che non sono capaci di stare fermi, dunque non stabili e non radicati. Anche molti adulti hanno questo tipo di atteggiamento, il che non è una manifestazione di stabilità e sicurezza di sé.
Le persone che mettono le mani dietro la nuca e si grattano all’altezza della prima vertebra dorsale esprimono così il desiderio di interrompere la conversazione in corso. Vi sono individui che tengono sempre le braccia incrociate: un riflesso di protezione e di chiusura rispetto agli altri o talvolta rispetto a sé. Si tratta di individui chiusi, ermetici, non aperti alla discussione, a un reale scambio. Lo stesso vale per coloro che hanno sempre l’abitudine di incrociare le gambe: anche questa postura attesta una certa chiusura, una protezione: così facendo si mantiene la catena muscolare chiusa, come serrata con il catenaccio.
I piedi posati ben piatti a terra sono segno di una certa stabilità. Sporgersi in avanti quando si è seduti significa che si è pronti al confronto, pronti a battersi. Questa postura attesta una certa apertura. L’individuo che mentre parla mette l’indice davanti alla bocca può essere visto come una persona che non sta dicendo tutta la verità o che non è del tutto sincera. Insomma anche il nostro mestiere, intimamente collegato alla postura, tieni conto di questo linguaggio comune ed istintivo speso sottovalutato.
Ci faccia capire bene. Lei sta dicendo che un Osteopata oltre all’anatomia e la fisiologia deve approfondire gli studi comportamentali o emotivi?
Si. Durante il mio percorso studi per diventare Osteopata, oltre alle discipline caratterizzanti legate al trattamento osteopatico e alle propedeutiche legate all’anatomia, alla fisiologia e alla patologia, ho dovuto approfondire gli studi comportamentali attraverso la psicologia (generale, sociale e clinica/patologica) materia fondamentale del programma quasi quanto l’anatomia e le altre materie teoriche/pratiche. Ore e ore di studio della sfera emotiva, correlate alle proiezioni del piano vertebrale sul corpo, la plasticità cerebrale, controllo emotivo e l’approccio somato-emozionale che alla base del trattamento manuale; a mio parere, il vero quid che determina la scientificità del trattamento osteopatico al punto da distinguerlo da altri trattamenti manuali e fisioterapici.
Ci spieghi meglio?
Il corpo parla attraverso la localizzazione della sensibilità, o del dolore, su aree specifiche della superficie cutanea (dermatomi) corrispondenti al livello vertebrale irritato. È possibile stabilire delle relazioni tra la sintomatologia, la proiezione del dolore sulla zona corporea e il livello vertebrale interessato.
L’adattabilità è un fattore importante nella plasticità cerebrale che è la facoltà che ciascuno di noi possiede di creare nuovi circuiti neurali al fine di reagire in modo molto più appropriato ai diversi stress a cui veniamo sottoposti. Liberare il corpo dalle tensioni tissutali permette di liberarlo dalle tensioni emozionali che ci portiamo dalla nascita, una sorta di marchio impresso nel corpo del bambino. Quello che vive la mamma viene vissuto anche dal figlio. Attraverso i cinque sensi il feto è già collegato al sistema limbico che, essendo operativo, registra e mette in memoria quello che viene sentito dalla madre. In buona sostanza la carta emozionale viene elaborata durante la vita intrauterina, alla nascita e durante la prima infanzia.
Possiamo dire dunque che il trattamento osteopatico in sé è anche un cosiddetto trattamento somato-emozionale?
Si. Lo scopo del trattamento osteopatico in sé è un insieme di tecniche pratiche che permettono di individuare i nodi che si sono impressi nei nostri tessuti a seguito anche di choc emozionali non espressi, e che a seguito di ciò sono rimasti incisi sul nostro corpo ed in particolare anche sui vari distretti vertebrali. Il lavoro dell’Osteopata, unitamente alla collaborazione di un esperto in campo emozionale, diventa efficace per ritrovare le tracce di queste somatizzazioni, permettendo il corpo di liberarsene.
Tutto è collegato. Non c’è discontinuità nella materia viva; tutto è continuità tissulare nei muscoli, nei tendini, nelle strutture venosa e arteriosa. Anche se hanno colori diversi, consistenze e forme diverse, queste strutture sono legate tra loro. È questo il concetto di globalità tissulare. Una manipolazione eseguita sulla superficie della pelle scatena, al di sotto di questa, una mobilità pluridirezionale di fibre dell’epimisio muscolare.